Mirko Pajè – Intervista

Mirko Pajè – Intervista

Ragazzi non perdetevi questa intervista a Mirko Pajè, direttore creativo coordinamento immagine Mediaset, un guru del settore, rappresenta una figura di riferimento nella video-grafica italiana. Mirko Pajè è attivo dalla fine degli anni 70 e ha visto la creazione delle reti Fininvest, poi Mediaset e della prima immagine coordinata televisiva. La direzione creativa di Mediaset è un sogno per molti designer, un luogo dove poter crescere veramente e farsi spazio tra mille altre realtà italiane. L’intervista è ricca di punti interessanti dai quali prendere ispirazione per nuove riflessioni, ma prima di farvela leggere mandiamo un caro saluto ed un sentito ringraziamento a Mirko Pajè.

Mirko Pajè - Intervista

Mirko lei è nell’ex Fininvest attuale Mediaset dal 1983, ci racconta come è entrato in questo mondo e quali sono state le sue armi vincenti per diventare Direttore Creativo?

In questo mondo, come in tutti i mondi sconosciuti, ci sono capitato per caso o meglio per una serie di circostanze fortunate. Fine anni 70, studiavo architettura ma già intuivo che l’edilizia o l’industrial design non sarebbero stati il mio futuro. In realtà volevo fare il pittore, l’illustratore. Appassionato di fumetti, ho cominciato a disegnare storie. Pubblicavo su “Orient Express” e “Boy Music” e facevo illustrazioni a piccole case editrici. Facevo parte di un gruppo di spiantati che scalpitava nel mondo dei comics, ma nessuno riusciva a mantenersi solo con quello. Infatti un amico sceneggiatore trattava anche foto di attori, foto di scena e le piazzava all’Ufficio Grafico Fininvest, dove erano utilizzate per le pubblicità stampa dei programmi tv. Non sempre le foto si trovavano, oppure non erano adatte. Così questo amico seppe che Fininvest stava cercando un illustratore “buono a far ritratti” per gli annunci.
Mi proposi, mostrai alcuni ritratti di star preparati per l’occasione e cominciai subito a lavorare. La prima illustrazione importante fu per “Uccelli di Rovo”, lo sceneggiato con cui Canale Cinque ottenne la prima vittoria sulla Rai e su Retequattro, allora concorrente.
Cominciai a far illustrazioni come freelance, ma siccome l’impegno era pressocché continuo un bel giorno chiesi di essere assunto. Mi chiamarono il giorno dopo e mi assunsero come visualizer.

Eravamo in tre, lavoravamo nel seminterrato della villa milanese di Silvio Berlusconi, che supervisionava tutto di persona. Disegnavo, ritagliavo, incollavo, cercavo di fare del mio meglio con la grafica: insomma facevo esperienza sul campo. Non esistevano computer, quindi tutto era fatto a mano. La mia fortuna è stata proprio questa: crescere a cavallo dei tempi che mutavano. Arrivarono le prime titolatrici e i primi computer, poi le macchine che generavano grafica in video, la possibilità di creare movimento, e infine la possibilità di mixare musica e immagini.
Nonostante lavorassi in un’area di grafica editoriale, la curiosità e la passione per le immagini in movimento mi portò a cimentarmi con modi nuovi di concepire il lettering come cosa viva, sino alla realizzazione dei logos delle trasmissioni e all’ideazione delle sigle in grafica animata. In 25 anni di permanenza in questo Gruppo ho avuto modo di sperimentare, acquisire esperienze che mi hanno “sgavettato” da grafico ad art-junior, poi da art director ad assistente direttore creativo, infine da direttore creativo sviluppo comunicazione fino a direttore creativo coordinamento immagine Mediaset, mio ruolo attuale.
Non credo di possedere “armi vincenti”, perché queste presuppongono un’offensiva. Nella vita mi son sempre “armato” di entusiasmo, di curiosità, di voglia di far qualcosa di diverso, ma cercando di rispettare e imparare da tutti e da tutto. Certo, una buona dose di coraggio mi è stata indispensabile, soprattutto nel proporre cose non richieste, ma son convinto che ciò stia alla base di qualsiasi impresa creativa: andare oltre alle aspettative di partenza, che vanno corrisposte, certamente, ma poi necessariamente superate.

Cosa svolge di preciso un Direttore Creativo che cura diverse reti televisive?

E’ difficile spiegare in poche parole cosa fa un direttore creativo che cura diverse reti televisive in un gruppo multimediale. In realtà non è solo la cura dell’immagine delle reti, ma l’attenzione continua a tutto il processo visivo del sistema Azienda.
Esserne il direttore creativo significa appunto dirigere la creatività dall’origine dei progetti allo sviluppo operato dai diversi team creativi, perseguendo un obiettivo di sinergia che porta riconoscibilità e quindi identità a tutto ciò che rappresenta il Gruppo Mediaset.
La grafica di una trasmissione televisiva deve essere coordinata con la sigla, che è in sintonia con la scenografia, i costumi, il tono della trasmissione,e deve essere allineata all’immagine precedente della la rete che ospita il programma, che a sua volta rappresenta una parte significativa dell’universo Mediaset.
Un’attenzione continua a tutto il processo, per identificarne le esigenze e le criticità che nascono ogni giorno. Certamente un lavoro stimolante ma che non può prescindere dal confronto costante con entità e professionalità variegate: dal direttore di rete, al produttore della trasmissione, dal regista agli scenografi, dal direttore della comunicazione ai responsabili delle promozioni, dagli art director agli operatori grafici, dal direttore delle relazioni esterne,sino al presidente. Insomma, un mix tra creatività e managerialità che necessariamente devono convivere ed alimentarsi a vicenda.

Quale è il progetto di cui è più fiero?

Ogni progetto per me è motivo di soddisfazione. Sono convinto che quest’ultima stia non tanto nel risultato, quanto nella strada compiuta nel raggiungerlo.
Ci sono poi progetti che danno invece risultati insperati, che continuano a dare frutti nel tempo. Forse per questo motivo il progetto che più mi ha dato e continua a darmi soddisfazione è la costruzione dell’immagine di Italia Uno, datato gennaio 2001 ma ancora “autoalimentante”, meglio identificato con lo slogan “6come6”. Per capirci, tutte quelle clip autoprodotte dagli spettatori della rete, che concludono con il tormentone:”ITALIAUNOOO!”. Fu il primo progetto di videocommunity, visto che You-Tube e My Space sono datati 2005…

Mirko Pajè - Intervista

È la trovata” che tutte le tv ci invidiano, per la prorompenza e la forza che trasmette la gente comune. Ad oggi abbiamo ricevuto più di diecimila video, e continuiamo a riceverne. Abbiamo un archivio incredibile di varia umanità che travalica i confini televisivi, che si è espansa sulla rete, che ha generato contatti e contenuti.
Ed è nata come un’idea “non design”,dove il target diventava testimonial, dove lo slogan era semplicemente l’enunciazione del marchio. È nata come idea di non intervento, di cessione di spazio e di decisione, insomma come idea di lasciare un piccolo pezzo di “potere” televisivo in mano al pubblico, senza intermediazioni.
Non ci sono provini, non c’è casting, non è necessario saper fare qualcosa: alto, basso, bello o brutto, sei come sei, per Italia Uno vai bene così. Insomma, questa cosa che mi sono inventato mi fa ancora di essere orgoglioso con gli amici.

La sua presenza dal 1983 le ha permesso di poter vivere l’evoluzione che si è avuta nella comunicazione di questi canali, sia come grafica che come strumenti per ottenerla.
Ci racconterebbe quali sono stati i punti salienti del rinnovamento?

Alla fine degli anni 70 le trasmissioni avevano un logo statico, mentre i titoli scorrevano lentamente, con l’unico scopo di citare chi aveva collaborato. La rete comunicava attraverso il prodotto, non esisteva l’immagine coordinata. L’unica espressione del brand era l’esibizione ogni tanto del marchio, trattato anche in maniere diverse. Con gli anni 80 e l’avvento dei computer, i logos e le grafiche hanno iniziato a formarsi con movimenti sincroni con le musiche, come preludio allo spettacolo che annunciavano. Era l’epoca della tecnologia Quantel, dei primi Paint-box, poi venne l’Avid per montare e l’Edit-box, con cui gestire immagini e grafica. E poi ancora l’avvento del 3D. Verso la fine degli 80 la promozione delle reti cominciava a farsi più strutturata, nascevano i primi bumpers, i primi stacchetti che annunciavano la promozione o dividevanono la pubblicità dalla programmazione, e si cominciavanono a delineare stili differenti per le diverse reti. Negli anni 90, le tivù divennero molte e fu necessario potersi distinguere, costruire un “luogo d’appartenenza”, dei segni reiterati capaci di contraddistinguere il canale.
La prima vera immagine coordinata non fu costruita, come sembrerebbe logico, per Canale Cinque, ma per Italia Uno all’inizio del 1996. Comprendeva bumpers, diari, annunci, sponsorizzazioni, insomma tutto ciò che legava insieme i vari prodotti televisivi, scandendo il ritmo tra programmazione, promozione e pubblicità.
Poi tutte le reti seguirono l’esempio di Italia Uno: prima Retequattro e infine nel dicembre 2000 Canale Cinque. La Rai seguì a ruota.
Tutto si è evoluto al passo con le tecnologie; oggi tutto è pressocché possibile, le tecnologie si sono semplificate e molte sono alla portata di tutti.

Quali sono le problematiche di coordinamento tra il lavoro e le varie piattaforme multimediali (mobile, iptv …) per la multicanalità?

Le applicazioni di uno dei nostri brand su diverse piattaforme multimediali sono più che altro adattamenti ai vari formati di spazio e di tempo. È ovvio che sui telefonini non potremo portare sigle lunghe e elaborate, quindi stiamo costruendo moduli comunicativi più immediati. Pochi secondi, marchi ben visibili, elementi grafici fortemente riconoscibili. Pensiamo alla diversità di formato. Certo, molte volte ci scontriamo con la limitazione delle font, il lettering dei software caricabili per l’interattività non sempre è coerente con la font istituzionale, quindi a volte bisogna scendere a compromessi, sfruttando colori, fondi, segni identitari, magari non in movimento ma inequivocabili, che riconducano “a casa”il fruitore delle nuove applicazioni. Per questo è necessaria un’immagine forte e riconoscibile, da adattare, scomporre, distribuire secondo le esigenze. Il procedimento non è molto differente da quello che si adotta nel disegno di un nuovo marchio: se ne progettano le varie applicazioni, su diversi fondi e formati, ma una volta creata la “bibbia” l’applicazione diventa routine.

Il suo team di lavoro da quante persone è formato?

La Direzione Creativa Coordinamento Immagine Mediaset è composta da una quarantina di persone, ma il numero varia a seconda dei periodi e dei progetti. Circa la metà sono collaboratori che lavorano a progetto. Si può dire che siamo strutturati come un’agenzia: oltre a me lavorano sei art director: tre seguono quasi esclusivamente il settore video, uno gli eventi, stampa e immagine delle fiction, un altro ancora il web e il digitale, ed un ultimo le società di sevizio legate a Mediaset.
il flusso del lavoro,la raccolta dei brief ,viene curato da tre account.Tre copywriter si interfacciano con tutti i committenti, e quindi con i relativi progettisti ai quali viene assegnato il lavoro. Un produttore e un delegato di produzione curano la comunicazione sociale e istituzionale del Gruppo. Tre web designers seguono i siti aziendali, un web master cura e implementa il nostro sito ,dove carichiamo tutti i nostri lavori, rendendoli consultabili da chiunque in qualunque sede dell’azienda.
Due segretarie tuttofare, un producer-buyer che segue i fornitori esterni, e una ventina di graphic designer inpiegati su video e stampa. Quelli impegnato sul video sono accolti in un open space, la “Factory” dove ci si confronta e si condividono progetti, gli altri operano in coppia in uffici tradizionali. Due persone si dedicano infine a 6come6, in una miniredazione che riceve, cataloga, archivia, monta e postproduce il materiale che ci arriva dagli spettatori di Italia Uno e non solo.
Insomma una bella e dinamica fabbrica creativa, con un nutrito gruppo di collaboratori tra quelli storici, da più di vent’anni in azienda, alle new entry come gli stagisti,, che non di rado continuano la loro collaborazione.

Nella scelta di un candidato per lavorare in Mediaset, quali sono gli aspetti da non sottovalutare?

Quando scegliamo un collaboratore cerchiamo di trovare una figura un po’ poliedrica.
Certamente è importante la formazione specifica e l’esperienza, ma la duttilità è un elemento fondamentale per approcciarsi alla nostra realtà.
Se abbiamo bisogno di un valido operatore 3D, lo cerchiamo sul mercato, così per un buon montatore. Ma se abbiamo bisogno di un bravo art director, cerchiamo una persona che sappia di design, ma anche di video, di cinema, di comunicazione, perché ogni progetto si espande inevitabilmente su molteplici media e ha molteplici applicazioni.
Sembrerà strano, ma è difficile trovare un bravo designer, più difficile ancora un video designer. Ci sono tanti grafici che si propongono, ma molti non hanno sensibilità vera per il typing, per l’impaginazione. L’animazione di un lettering non è solo l’applicazione di un plug-in precostituito, così come l’ideazione di un logo non è solo la scelta di un carattere. Occorre sensibilità e cultura del progetto, dell’immagine, saper visualizzare con pochi segni un concept, amare e ponderare la scelta del lettering, conoscere la calligrafia, la gestione dello spazio, del rapporto vuoto-pieno.
Insomma, cerchiamo persone non tanto che sappiano “fare”, ma piuttosto pofessionisti che sappiano “scegliere”.

Che consigli darebbe a chi oggi vuole inserirsi in questo settore?

A chi vuole inserirsi in questo settore consiglierei di domandarsi perché vuole intraprendere questa strada. Oggi c’è un’offerta esagerata di gente che vorrebbe fare un lavoro creativo, pensando che creatività sia sinonimo di divertimento.
Certo, il divertimento è una componente dell’approccio creativo, ma questo non può dare buoni frutti senza l’impegno, la ricerca continua di nuovi stimoli, di sperimentazioni. Occorre avere pazienza, studiare, guardare ed apprendere dalle esperienze altrui, essere curiosi, provare. Avere il coraggio di gettare via il lavoro se non ci convince, ricominciare da zero, cercando di non ripetere se stessi, di non rifugiarsi nell’abilità del mestiere e soprattutto, togliersi di dosso la sovradose di egocentrismo tipico di ogni lavoro autorale.Non si lavora da soli, si lavora in una struttura inserita in un contesto. Non si può prescindere dall’ambiente in cui vorremmo svolgere il nostro operato. Non è tanto questione di adattamento, quanto di sinergia con il mondo che ci circonda.

Collaborate con qualche scuola?

Collaboriamo con diverse scuole e facoltà universitarie, accogliamo molti stagisti da diverse realtà. Abbiamo rapporti molto collaborativo con lo IED, il Politecnico di Milano, la facoltà di Design Industriale, l’Accademia delle Belle Arti di Bologna, MultiMediaMente, i corsi di formazione della Regione Lombardia, l’istituto Bauer, la Scuola Autori di Roma, il Campus Multimedia dello IULM.
Da queste “sorgenti” stilliamo continuamente possibili collaboratori. Per scovare il genio nascosto bisogna certamente cercare, ma anche dargli la possibilità di manifestarsi e di mettere in luce il proprio talento. Per questo nella nostra struttura non mancano mai stagisti né opportunità di dimostrare il proprio valore. Certo non possiamo che accoglierne pochi per volta e per alcuni mesi soltanto, ma il turn-over è costante e permette a molti ragazzi di provare a lavorare in una realtà aziendale di rilievo.

Quali sono le tecnologie da tenere d’occhio e dove consiglia di sperimentare?

Senz’altro oggi conviene prestare attenzione al mondo dell’alta risoluzione, perché è lì che tutti andremo a confluire. Ovviamente anche a tutto ciò che può essere integrato con l’HD: dalle macchine fotografiche, alle telecamere, ai software. Imparare a utilizzare “After Effects” secondo me è indispensabile per chi vuole approcciare in maniera operativa questo mondo; così come conviene conoscere un programma di 3D, tipo”Cinema”, che ha un plug-in come “Mograph” dedicato alla grafica televisiva per gestire lettering e contibuti in maniera tridimensionale.

Ci direbbe 3 dei tuoi siti preferiti e perché?

Certamente per chi fa un lavoro come il nostro l’esplorazione in rete è all’ordine del giorno. Il sito di riferimento è Motionographer.com, da lì si può accedere a numerosi altri siti di agenzie e creativi e avere un panorama aggiornato di ciò che succede nel mercato internazionale. L’unica controindicazione è quella della frustrazione che scaturisce vedendo quello che gli altri riescono a fare. Arrivano sempre un po’ prima di te e con qualcosa in più… Ma è sempre stimolante e può davvero dare molte idee. Consiglio anche una visita al sito del Promax.org dove si trovano le migliori campagne di promozione e una galleria di applicazioni dal concept al design, dal bumper al coordinamento dell’immagine di rete. Per i migliori spot, video, advertising il sito Shots.net offre una grande varietà di idee e di approcci diversi, con taglio molto innovativo.

In una precedente intervista fatta qui su motiongraphics.it è nata la discussione se chi lavora nel nostro campo è più “artista” ( ha un proprio stile e quindi non scende a compromessi per modificarlo in base alle esigenze del cliente, se viene scelto è proprio per quello) o progettista/professionista (segue un brief e adatta le sue capacità creative alle esigenze del cliente). Cosa bisognerebbe essere per lavorare e soprattutto farlo bene?

Credo che i termini “Artista” e “Progettista” non siano alternativi. Un progetto. per essere distinguibile e memorabile deve avere una forte componente artistico-autorale, così non può esistere manifestazione artistica che non sia progettuale. Anche il gesto estemporaneo fa parte di un’evoluzione pensata, è frutto di un’idea, di un sogno “gettato prima”, che culmina in una performance. I duri e puri che difendono il proprio stile e mai-e-poi-mai scendono a compromessi con il cliente(incompetente, per definizione) mi fanno sinceramente un po’
sorridere. Un conto è fare l’artista in un eremo, lavorare solo per se stessi, divorati dal sacro fuoco,
(ma è meglio essere ricchi di famiglia) un altro è essere consapevolmente inseriti in un processo produttivo di comunicazione legato a realtà sociali e industriali. Come ho detto,non vuol dire “adattarsi” in maniera accondiscendente alle richieste del cliente, ma interpretarle in maniera originale. La prima cosa che dico ai ragazzi che vengono a lavorare con me e che per la prima volta approcciano un committente è “Non fate quello che vi chiedono, ma quello di cui hanno bisogno”
Sta in questo atteggiamento la differenza di postura rispetto a chi chiede il tuo contributo creativo. Essere propositivi, portare qualcosa in più, superare le richieste: dopo averle però esaudite.
Gli account sanno che se ingaggiano una battaglia con il cliente e la vincono, hanno ottenuto in realtà una sconfitta, perché il cliente si sente frustrato, quindi non soddisfatto. L’abilità è portare il cliente su strade diverse da quelle da lui traccciare, se siamo professionalmente convinti che siano sbagliate, ma la scelta deve alla fine essere sua. Noi le dobbiamo “vendere” come opportunità alternative, non come percorsi obbligati.Se il cliente decide di mutare percorso si sentirà coinvolto nel processo creativo, si sentirà pure lui un po’ artista e ne rimarrà gratificato.
L’arte è un modo di operare, un modo di porsi, non è un’oggetto o un risultato. È un percorso tracciato che facciamo nostro. Sta a noi sentirci artisti, e agire da tali, qualsiasi lavoro si affronti, in qualsiasi contesto. Essere artisti consiste soprattutto nell’amare ciò che si fa. Erich Fromm ne “L’Arte di Amare”dice che se un pittore non riesce a trovare la modella adatta non è un’artista. Non esistono modelle sbagliate ma pittori che non sanno interpretarle.

Un anticipazione sul suo prossimo libro

Sta per uscire nelle librerie “Videoidentity – L’immagine coordinata delle reti Mediaset” edito da Mediaset-RTI per la collana Link Ricerca. È il secondo volume che scrivo con Carlo Branzaglia, amico di lungo corso, docente dell’Accademia Belle Arti di Bologna e del Politecnico di Milano. Dopo “Videologo -Vent’anni di marchi della televisione commerciale” in cui si analizzava la storia dei logos e delle sigle delle reti Mediaset, questo nuovo capitolo ripercorre la storia dell’identità delle reti televisive del Biscione: dall’esordio di Canale Cinque fino all’offerta dei canali sulla telefonia mobile, passando attreverso le acquisizioni di Italia Uno e Retequattro, l’offerta tematica satellitare con Happy channel, Duel Tv, ITItalian Teen Television, Comedy Life. E inoltre la sfida del digitale terrestre con l’immagine di Mediaset Premium.
Attualmente stiamo lavorando al terzo capitolo della trilogia, un ultimo volume dedicato ai videobrand internazionali. Stiamo raccogliendo materiale da tutto il mondo, per avere una panoramica il più ampia possibile sull’immagine televisiva concepita in aree geografiche diverse, frutto di culture e contesti lontani tra loro. Una faticaccia che mi auguro possa essere apprezzata da tutte le persone come me sempre assetate di immagini.

Che consigli darebbe a noi di motiongraphics.it per continuare a crescere?

Non sono in grado di darvi consigli, il vostro sito funziona molto bene. Continuate così. Basta tenere alta la soglia di attenzione. Anche perché molte cose che possono cambiarci l’esistenza, semplicemente accadoano. Bisogna essere pronti a coglierle.
Quando a Picasso chiesero dove cercasse le idee, gli spunti per essere così prorompentemente creativo, facendo balenare il suo sguardo da furetto con un’alzata di spalle rispose: “Io non cerco…Trovo”.

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11 Comments For This Post

  1. Fra79 Says:

    beh che dire….un mito…
    un bel obiettivo per i giovani motion designer..

  2. pixel Says:

    wow, che esperienza! complimenti per l’intervista!

  3. Irene Says:

    A true inspiration, a legend, a great yet humble man.

  4. Pablo Says:

    bella intervista!

  5. barbara Says:

    Grandissimo professionista!
    Ci siamo conosciuti a Mediaset nel 2001 mi sembra, ma non abbiamo mai lavorato insieme (qualche anno fa feci dei progetti per il logo di un programma, che poi non si portò avanti)
    Comunque, se avessi bisogno di un altro Art director, sono sempre freelance e mi capita di spostarmi da Roma a Milano…
    Buon lavoro!

  6. imonfox Says:

    Complimenti per l’intervista, molto utile ed interessante. Complimenti anche a Mirko Pajè per la sua disponibilità e la sua competenza. Ciao

  7. ggb Says:

    certo che se per diventare direttore creativo di mediasiet bisogna lavorare dentro casa di berlusconi… manco sotto tortura…

  8. francesca Says:

    complimenti ottima intervista… lui è un mito

  9. ELMANCO / Stefano Ricci Says:

    Bella intervista. Molto interessante.
    Complimenti!

  10. davide frigatti Says:

    Ho letto l’intervista, molto interessante anchio vengo dal disegno.. ora lavoro solo su piattaforma apple, attualmente lavoro presso una redazione, ma sono aperto a nuove proposte di lavoro, se si può collaborare mi propongo per un colloquio conoscitivo per visionare il mio portfolio.
    In fede Frigatti Davide
    d.frigatti@libero.it

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  1. Video Sign. L’immagine coordinata delle televisioni nel mondo | Motiongraphics.it – Grafica in movimento, Motion Graphics, Motion Design, Video Arte e Tutorial Says:

    [...] di presentarvi Video Sign. L’immagine coordinata delle televisioni nel mondo, un volume a cura di Mirko Pajé e Carlo Branzaglia, dal 20 ottobre in [...]

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